Redlettuce



Taxonomy of the Redlettuce/H5> Dominium/Dominio o SuperRegno: Eucariotae Whittaker & Margulis,1978
Regnum/Regno: Plantae Haeckel, 1866
Subregnum/Sottoregno: Viridaeplantae Cavalier-Smith, 1998 (Piante verdi)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta Gustav Hegi, 1906 (Piante con semi)
Divisio/Divisione o Phylum: Tracheophyta Sinnott, 1935 ex Cavalier-Smith, 1998 -
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1788
Subclass/sottoclasse: Asteridae Takht., 1967
SuperOrdo/Superordine: Asteranae Takht., 1967
Ordo/Ordine: Asterales Lindl., 1833
Familia/Famiglia: Asteraceae Dumort., 1822
Subfamilia/Sottofamiglia: Cichorioideae (Juss.) Chevall., 1828
Tribus/Tribù: Chicorieae Lam. & DC. 1806
Subtribus/Subtribù: Chicoriinae Cass. ex Dumort. 1829
Genus/Genere: Cichorium L. (1753)
Specie: Cichorium intybus L. (1753)


I sinonimi di questa specie orticola sono:

I nomi comuni di questo ortaggio sono:
Importanza economica, origine e diffusione
Il radicchio, orticola appartenente alle cicorie, comprende alcuni tipi con piante a foglie rosse e altri con foglie più o meno intensamente variegate. Molti ritengono che tutte le cultivar attualmente in coltura derivino da individui a foglie rosse, riconducibili al radicchio di Treviso che, spontanei in Oriente, sarebbero stati introdotti in Europa intorno al XV secolo.
Informazioni più precise circa l’origine di questa composita si hanno però soltanto a partire dal XVI secolo, quando la specie iniziò ad essere coltivata nel Veneto, dove si diffuse piuttosto rapidamente tanto che, anche al momento attuale, viene considerata una specialità quasi esclusiva di alcuni ambienti tipici di questa regione.
Da indagini effettuate nel 1987 è apparso che nel Veneto la coltura si estende su poco più di 6.000 ha dai quali si ricavano circa 50.000 t di cespi, pari rispettivamente al 46% e 25% della superficie e produzione nazionale a cicorie. Si ha inoltre notizia di coltivazioni di una certa entità anche in Abruzzo (Avezzano) e nel Lazio (Latina), mentre con importanza piuttosto modesta è presente in quasi tutte le altre regioni del nostro Paese. Sembra infine che ultimamente, alcuni tipi a foglia rossa, di provenienza veneta, vengano coltivati all’estero (es. Svizzera, Belgio, Germania, U.S.A.) anche se su superfici tuttora molto modeste. 6.2. Caratteri botanici, biologia e fisiologia Al genere Cichorium appartengono, secondo alcuni autori, 7 o 8 specie tra le quali, sotto il profilo orticolo, rivestono particolare importanza C. endivia e C. intybus. Alla C. intybus afferiscono tipi con piante a foglie verdi o variegate o rosse; questi ultimi si ritiene derivino dalla varietà silvestre Bishoff, mentre quelli a foglie variegate o screziate sembrano provenire da incroci spontanei avvenuti in provincia di Treviso, verso la fine del XVIII secolo, tra piante di ‘Rosso di Treviso’ e la scarola.

Esigenze e adattamento ambientale
La temperatura ottimale per la germinazione è compresa tra 22 e 26 °C; essa però può avere inizio anche a livelli termici di poco superiori a 10 °C, ma in tale situazione viene dilazionata di molti giorni. In generale i radicchi presentano notevole rusticità, sia per le modeste esigenze nei confronti del clima che per la facile adattabilità ai diversi tipi di terreno. Ciò è convalidato dalla diffusione della coltura in zone caratterizzate da condizioni pedoclimatiche sensibilmente diverse, il che non toglie però che i migliori risultati si riscontrino quando si opera su substrati idonei. A questo proposito si può ricordare che il “Rosso” e “Variegato di Chioggia” sembrano prediligere terreni sciolti, il “Variegato di Castelfranco” quelli di medio impasto, il “Rosso di Verona” e il “Rosso di Treviso” dai tendenti allo sciolto fino agli argillosi. Indipendentemente dalla natura dei terreni, sussistono pareri concordi nel ritenere di fondamentale importanza che questi siano profondi, dotati di buona fertilità, irrigui, ben sistemati e drenati in modo da garantire un facile sgrondo delle acque in eccesso, evitando ristagni sempre molto dannosi, e con pH 6-7.
Nei confronti del clima, alcuni rischi si corrono quando la temperatura scende al di sotto di 0 °C già dalla fine di ottobre. Più sensibile agli abbassamenti termici risulta il “Rosso di Chioggia”, soprattutto nelle selezioni più precoci, mentre gli altri tipi non subiscono danni irreversibili anche quando durante l’inverno, si raggiungono da - 3 °C a - 5 °C. Basse temperature dalla semina all’emergenza e/o per tempi brevi (8-10 ore), anche durante il primo periodo di accrescimento delle piante, inducono le stesse al passaggio dalla fase vegetativa a quella riproduttiva con allungamento ed emissione dello scapo fioraie (prefioritura) che compromette a volte seriamente l’esito della coltura.

Avvicendamento e consociazione
Occupa di norma il posto di una coltura intercalare in quanto si semina o trapianta da giugno ai primi di settembre in successione a frumento, erbai autunno-primaverili, mais fitto falciato a maturazione lattea, medicaio oppure, in aziende tipicamente orticole, segue fragola, carota, patata, sedano, cipolla o altra specie. La consociazione, realizzata un tempo con medica o trifoglio, è attualmente abbandonata per ovvi motivi di specializzazione delle tecniche colturali.

Tecnica colturale
La preparazione del terreno, eseguita sempre con molta attenzione, deve essere particolarmente curata, soprattutto nei casi in cui si attua la semina diretta. Ad una aratura, a volte sostituita da vangatura meccanica o fresatura, profonda dai 20 ai 40 cm, in relazione al tipo di terreno, al grado di compattezza in cui è stato lasciato dalla coltura precedente e alla necessità di interrare residui di colture precedenti o eventuali fertilizzanti organici, si fanno seguire una o più erpicature e, a volte, anche una fresatura superficiale.
Prima dell’aratura si distribuiscono, dove reperibili, 20-60 t/ha di letame oltre a 160-200 kg/ha di P2O5, principio nutritivo di primaria importanza, e 80-160 kg/ha di K2O. Anche l’azoto può essere impiegato in dose molto limitata in pre-semina o pre-trapianto, con ulteriori e più consistenti apporti frazionati in copertura in modo da raggiungere nel complesso i 50-100 kg/ha. Per quest’ultimo elemento sembra opportuno mantenersi su livelli modesti soprattutto nei casi dei tipi di radicchio per i quali è necessario sottoporre le piante ad imbianchimento poiché, in questo caso, dosi elevate provocano sensibili riduzioni delle rese in prodotto commerciabile.
La semina può essere effettuata a seconda dei tipi, in pieno campo o in semenzaio; in quest’ultimo caso, ovviamente, sarà necessario ricorrere in seguito al trapianto. Il semenzaio viene generalmente allestito all’aperto, difeso a volte con rete ombreggiante durante le prime fasi di accrescimento delle plantule. La distribuzione del seme si esegue a file o a spaglio su prode larghe 1,0-1,5 m impiegando 0,2-0,3 g/m2 di seme, dal quale si ricavano circa 40-60 piantine. Attualmente, al fine di economizzare l’impiego del seme, anche per questa orticola si sta sempre più diffondendo la semina in contenitori alveolati che, oltre al vantaggio ricordato, consente, di ottenere piante più omogenee e meno soggette a crisi di trapianto.
Nel caso invece di semina diretta in pieno campo, si opera con apposite seminatrici distribuendo, a seconda della germinabilità, 1,0-1,5 kg/ha di seme su file semplici distanti 40-60 cm. Il seme viene poco interrato (meno di 0,5 cm) oppure posto sulla superficie del terreno che, come riferito in precedenza, dovrà essere accuratamente preparato, soprattutto a livello di amminutamento della seppur modesta zollosità superficiale. Ultimata l’operazione di semina, si procede a praticare una leggera rullatura per comprimere moderatamente il terreno e favorire la sua aderenza al seme e, in assenza di precipitazioni piovose, è opportuno intervenire, come del resto in semenzaio, con adacquature al fine di garantire buona germinazione ed emergenza.
Quando le piante hanno formato la terza-quarta foglia, si procede ad un primo diradamento lasciandone 1-2 ogni 20-25 cm sulla fila e trascorsi 10-15 giorni, si ripete l’intervento in modo da mantenere una sola pianta alla distanza voluta.
Il trapianto delle piantine ottenute in semenzaio si esegue quando le piante presentano la terza-quarta foglia bene accresciuta in modo da realizzare, in relazione ai diversi tipi, densità variabili da circa 9 a 35 piante/m2. Anche dopo il trapianto, per facilitare l’attecchimento, si rendono necessari 3-4 interventi irrigui con modesti volumi di adacquamento.
Prima di procedere all’impianto, sia nel caso della semina diretta che del trapianto, è necessario intervenire con prodotti erbicidi selettivi in grado di contenere le malerbe. Tale pratica è entrata ormai da alcuni anni nell’uso comune e, in relazione alla composizione della flora infestante, si sono largamente diffusi e affermati prodotti a base di trifluralin da distribuire in pre-semina o pre-trapianto con interramento, chlorpropham in pre-semina, pre- o post-emergenza, pre- o post-trapianto, nitrofene in pre-emergenza e propyzamide in pre-semina, pre- o post-emergenza e pre- o post-trapianto.
Di recente anche il radicchio è stato interessato dall’impiego di mezzi di protezione in grado di indurre precocità di produzione o di esaltare la stessa in epoca normale. Consistenti a questo proposito sono parsi i vantaggi della pacciamatura tradizionale con film plastici di vario colore (violetto, celeste, incolore) per coltivazioni tradizionali per le quali viene offerta la possibilità di procrastinare le operazioni di trapianto con conseguenti benefici per la coltura precedente o per le operazioni concernenti la preparazione del terreno. Oltre a tale pratica, si sta estendendo l’uso della pacciamatura soffice per la difesa di colture trapiantate o seminate direttamente in pieno campo nella seconda quindicina di marzo, oltre a fare ricorso a tunnel di varia cubatura per la produzione fuori stagione del “Rosso di Chioggia precocissimo” (semina gennaio, trapianto febbraio-marzo, raccolta aprile-primi maggio) che, pur evidenziando di frequente elevata percentuale di piante prefiorite alla raccolta, rappresenta pur sempre un notevole stimolo economico per i produttori.
La raccolta si effettua a mano oppure a macchina quando le piante hanno raggiunto il massimo accrescimento e per le cultivar che lo prevedono, si è formato il grumolo, impiegando un aratro privo di versoio in modo da estirpare piante con gran parte del fittone integro. Successivamente le piante, direttamente in campo o in opportuni ricoveri, vengono ripulite delle foglie più vecchie o marce e nei casi delle cultivar non soggette all’imbianchimento (“Rosso” e “Variegato di Chioggia”), si procede a recidere il fittone a 6-7 cm dal colletto dopo averlo accuratamente raschiato in modo tale da ricavare prodotto direttamente commerciabile.
Per i tipi che richiedono invece l’imbianchimento prima di essere esitati sul mercato (“Rosso di Treviso”, “Rosso di Verona” e “Variegato di Castelfranco”), dopo la toelettatura della parte epigea praticata con molta attenzione al fine di non danneggiare il fittone, si provvede a riunire le piante omogenee in mazzi di 25-30 ciascuno, collocarli in ambienti al buio in condizioni di temperatura e umidità idonee alla formazione di foglie nuove che, accresciute in tali condizioni a spese delle sostanze di riserva delle radici, presenteranno le migliori caratteristiche organolettiche.

Imbianchimento e metodi di conservazione
E’ una operazione essenziale per esaltare i pregi estetici, organolettici e merceologici delle piante delle cv. “Rosso di Treviso”, “Rosso di Verona” e “Variegato di Castelfranco” e si realizza, come poco sopra riportato, ponendo i cespi in condizione di formare nuove foglie che, in assenza di luce, sono prive o quasi di pigmenti clorofilliani e mettono in evidenza, in relazione al tipo, la colorazione rosso intensa della lamina o le screziature rosse o rosso-violacee sulla stessa. Le foglie accresciutesi o formate in tale situazione, perdono la loro consistenza fibrosa, si arricchiscono d’acqua, divengono croccanti e friabili, di sapore delicatamente amarognolo.
La durata dell’operazione varia da 7 a 15 giorni in relazione alla temperatura dei locali nei quali viene praticata e sembra conveniente mantenere, in questi, livelli variabili da 10 a 15 °C.
Al momento attuale è stato abbandonato il sistema in uso in passato, molto criticabile sotto il profilo igienico-sanitario, che prevedeva di porre i mazzi di piante in buche scavate direttamente in letamaio.
Più frequentemente si opera: in stalle; cantine; magazzini; in cassoni all’aperto riscaldati alla base con modalità diverse (sostanza organica in fermentazione, impianto termosifone, resistenze elettriche); in serre munite di impianto di riscaldamento; in vasche di cemento nelle quali si fa circolare a livello costante acqua prelevata da pozzi artesiani caratterizzata da temperatura intorno a 12 °C, prestando particolare attenzione a bagnare soltanto l’apparato radicale; direttamente in campo ponendo le piante in cumuli, con le radici rivolte all’interno del cumulo stesso e ricoprendo il tutto con foglie secche o paglia o con teli di plastica; in campo mediante piccoli tunnel ricoperti con film plastico opaco posti sulla coltura senza dover provvedere ad estirpare previamente le piante.
Alla fine dell’imbianchimento, in qualsiasi modo praticato, le piante vengono toelettate in modo da eliminare tutte le foglie più vecchie o marce, il fittone raschiato e sagomato si recide al di sotto del colletto lasciandone 5-8 cm (circa 1/3 della lunghezza totale del cespo).
Da quanto esposto appare molto chiaramente che l’imbianchimento rappresenta una pratica piuttosto costosa ed è pertanto ovvio che, volendo mantenere in coltura i tipi di radicchio per i quali è necessaria, si dovranno adottare le tecniche più razionali in modo da ridurre drasticamente l’incidenza della manodopera.
Le produzioni sono molto variabili in relazione alle cultivar ed oscillano tra le 5-9 t/ha per quelle da imbianchire alle 8-15 t/ha dei tipi per i quali non viene richiesta tale operazione. L’imbianchimento condiziona anche il periodo di conservazione e, nel caso delle cultivar che lo prevedono, esso è limitato a 7-15 giorni in ambienti a 3-5 °C e U.R. intorno al 90%, mentre nei tipi di “Chioggia”, alle stesse condizioni di temperatura e U.R., si possono superare anche i 20-30 giorni. Le foglie non idonee al consumo fresco trovano valido impiego se surgelate per prodotto da cuocere.

Caratteristiche qualitative del prodotto e utilizzazione
Questo ortaggio viene apprezzato non tanto per il suo valore nutritivo, che non si dovrebbe molto discostare da quello delle altre cicorie, che in generale è piuttosto basso, ma per le sue tipiche caratteristiche organolettiche, per la colorazione delle foglie molto attraente e per il momento in cui è largamente disponibile sul mercato.
Può essere consumato sia crudo che cotto e per questa ultima utilizzazione si conoscono, nel Veneto, numerosissime ricette che spaziano dall’antipasto al dolce.
Attualmente rappresenta un prodotto orticolo a prevalente consumo nelle zone di produzione e nei mercati del centro-nord Italia, ma di recente ha iniziato ad interessare anche consumatori svizzeri, svedesi, tedeschi, fino a spingersi oltre oceano raggiungendo Stati Uniti e Canada, il che induce a pensare ad un futuro molto promettente.
Per il prodotto destinato alla esportazione è obbligatoria l’osservanza delle disposizioni previste nel decreto 4/10/66 n. 839 che riguardano: caratteristiche qualitative minime, classificazione, calibrazione, omogeneità di calibro, tolleranze di qualità e tolleranze di calibro.

Cultivar, produzione del seme e miglioramento genetico
Le ibridazioni spontanee, la selezione naturale e quella compiuta dagli orticoltori, oltre a pratiche colturali ripetute sistematicamente nel corso degli anni, hanno provocato modificazioni sostanziali nei caratteri biologici, morfologici ed organolettici della specie originaria, che interessano in modo preponderante l’epoca di fioritura, lo spessore e la lunghezza della radice principale, il sapore, la forma e la colorazione delle foglie. Rispetto a queste ultime due caratteristiche, le cultivar di radicchio possono essere riconducibili a due gruppi fondamentali:
  1. radicchi rossi: a lamina fogliare colorata intensamente di rosso, di forma allungata o rotondeggiante più o meno grande e nervatura centrale di colore bianco che comprendono il “Rosso di Treviso”, “Rosso di Verona” e “Rosso di Chioggia”;
  2. radicchi variegati: a lamina fogliare con colorazione di fondo giallo-verdastro, sulla quale sono distribuite screziature o variegature più o meno intense, lineari o punteggiate verdi, rosse e bianche di varia grandezza. In tale caso la nervatura centrale è meno accentuata, ma ben distinta specie nella parte basale (punto di inserzione al colletto) della foglia e si presenta come per il precedente gruppo, di colore bianco. A questo gruppo appartengono due tipi fondamentali, “Variegato di Castelfranco” e “Variegato di Chioggia”, dai quali sono derivate alcune selezioni che, al momento attuale, interessano soltanto zone molto circoscritte.
Le descrizioni sopra riferite sono da ascrivere a piante prossime alla raccolta, poiché durante la prima fase di accrescimento le foglie si presentano o interamente verdi oppure, soprattutto nei tipi rossi, più o meno intensamente screziate. Inoltre, è opportuno tenere presente che tutte le cultivar sono costituite da popolazioni abbastanza eterogenee, all’interno delle quali sussiste un continuo interscambio di materiale genetico in quanto vengono propagate per seme derivante da piante i cui fiori possono essere facilmente fecondati da polline proveniente da altri individui.

“Rosso di Treviso” (figura 1, figura 2 e figura 3)
Conosciuto e coltivato già verso il 1500 nella provincia di Treviso ha subito negli anni molteplici interventi di miglioramento da parte degli agricoltori, che hanno portato sensibili variazioni morfologiche della pianta, oltre che organolettiche, fino all’ottenimento della cultivar a caratteri tipicizzati attualmente conosciuta. La pianta ha radice fittonante mediamente grossa. Le foglie, grandi alla base del cespo, lanceolate a margine sinuoso, di colore verde con venature rossastre, patenti durante la prima fase della coltura, cominciano a virare al rosso sempre più intenso con l’avvento dell’autunno. In concomitanza con la comparsa del colore rosso, assumono posizione revoluta e formano il grumolo, che durante l’imbianchimento, si sviluppa notevolmente fino a raggiungere 20-25 cm di lunghezza. A questo punto le foglie, lanceolate erette, sono caratterizzate da pronunciata nervatura centrale bianca, più o meno estesa rispetto al lembo, che è invece sottile, liscio, di colore rosso carminio, stretto e lungo, con margine intero e nervature secondarie di colore bianco che si dipartono da quella centrale. Il sapore della parte edule è delicatamente amarognolo ed è questa una delle caratteristiche qualitative più apprezzate dagli estimatori di tale radicchio.
Da questa descrizione generale è opportuno puntualizzare le differenze esistenti tra il tipo precoce “Zero Branco” e quello tardivo “Dosson”.
Il primo è meno resistente alle basse temperature, le foglie presentano lamina estesa con colore rosso non molto intenso sul quale si notano variegature gialle più o meno diffuse. Il cespo, nel complesso, è molto sviluppato sia in grossezza che in lunghezza.
Nel secondo, invece, la lamina fogliare è molto ristretta, la colorazione rosso brillante, il cespo più piccolo e corto. Sopporta meglio i rigori invernali ed è anche più apprezzato dai consumatori.

Figura 1 – Radicchio “Rosso di Treviso” a foglia stretta rossa e costa bianca. Figura 2 – Radicchio “Rosso di Treviso” selezione “Sagitta” a foglia larga rossa e costa bianca. Figura 3 – Radicchio “Rosso di Treviso” selezione “IsportBio” a foglia media rossa e costa bianca.


”Rosso di Verona” (figura 4, figura 5, figura 6)
Sembra derivato da una selezione del “Rosso di Treviso” che ha portato ad ottenere piante. di dimensioni molto contenute nel senso della lunghezza ed a grumolo centrale pieno, compatto, leggermente allungato o sferoidale, a volte pronto per la commercializzazione, anche senza le classiche operazioni di imbianchimento. In particolare, il “Rosso di Verona” presenta foglie non molto espanse, di forma rotondeggiante-allungata che, con l’approssimarsi dell’inverno, da verdi o leggermente screziate virano al rosso scuro per la presenza di antocianine (cyanidin3malonyl glucoside) per poi serrarsi le une alle altre a formare il grumolo. La nervatura principale è appariscente, molto sviluppata e di colore bianco. Il margine del lembo fogliare è quasi sempre privo di frastagliature e piegato a doccia verso l’alto. La conformazione del cespo pronto per la commercializzazione è paragonabile a quella del “Rosso di Chioggia”, ma con dimensioni molto più contenute. Il fittone, reciso a 3-6 cm dall’inserzione delle prime foglie commestibili, è molto grosso rispetto al volume dell’apparato fogliare ed è più evidente quando la pianta ha subito la toelettatura dopo l’imbianchimento.

Figura 4 – Radicchio “Rosso di Verona precoce” a foglia grande rosso-scuro e costa bianca. Figura 5 – Radicchio “Rosso di Verona” selezione “Sgaravatti” a cespo rosso-scuro e costa bianca. Figura 6 – Radicchio “Rosso di Verona” a grumolo rosso e costa bianca.


“Variegato di Castelfranco” (figura 7 e figura 8)
A differenza degli altri tipi, non sembra derivare da selezioni protrattesi negli anni, ma dall’incrocio ottenuto verso il 1700, nella zona di Castelfranco Veneto, tra il “Rosso di Treviso” e Cichorium endivia var. latifolium. Nella prima fase del ciclo colturale la pianta presenta foglie completamente verdi e patenti, con nervatura principale poco accentuata. Successivamente, diventano grandi, a superficie ondulata, rotondeggianti a margine frangiato. All’approssimarsi dell’inverno manifestano maculature più o meno estese di colore rosso o viola che si mantengono tali fino alla raccolta.
Durante l’imbianchimento le foglie centrali si accrescono, non formano grumolo come in tutti gli altri tipi, ma si mantengono in posizione eretta o divaricata ed il colore di fondo vira dal verde al bianco crema. Le variegature, distribuite in modo molto equilibrato su tutta la pagina fogliare, assumono colorazioni diverse dal viola chiaro, al rosso violaceo, al rosso vivo. Si ottiene così un cespo a foglie aperte sostanzialmente diverso da quello raccolto in campo, almeno nei confronti della colorazione e della consistenza fibrosa dell’apparato fogliare, al quale si attribuiscono nomi suggestivi come «orchidea», «garofano», «fiore che si mangia» «rosa».
La radice principale è tozza e piuttosto ridotta rispetto agli altri tipi. La parte commestibile, molto fragile e croccante, ha sapore amarognolo delicato. Queste caratteristiche fanno sì che il “Variegato di Castelfranco” sia il più gradito dagli intenditori. Purtroppo, la scarsa resistenza al freddo, la fragilità e delicatezza dell’apparato fogliare edule alle manipolazioni dopo imbianchimento e la produttività piuttosto bassa risultano fattori limitanti per l’espansione della coltura che riveste un certo interesse soltanto a livello provinciale. Questo spiega il motivo per cui anche nelle zone tipiche di produzione si tende sempre più a sostituirlo con cultivar che garantiscano maggior sicurezza di reddito.

Figura 7 – Radicchio “Variegato di Castelfranco”, a cespo striato e costa bianca. Figura 8 – Radicchio “Variegato di Castelfranco di Luisia”, a grumolo striato e costa bianca.


“Variegato di Chioggia” (figura 9, figura 10 e figura 11)
Come il rosso omonimo, anche questa cultivar deriva dal ‘Variegato di Castelfranco’ dal quale in un primo momento si è isolato un variegato generico e molto disforme ed in tempi successivi da parte degli orticoltori si sono scelte ed incrociate tra loro piante con screziatura sempre meno diffusa e cespo con foglie embricate che hanno portato alla costituzione della tipica cultivar oggi conosciuta e coltivata un po’ in tutto il Veneto.
Nella fase iniziale del ciclo vegetativo le foglie non si differenziano dal “Rosso di Chioggia” (patenti e di colorazione verde) ed anche il grumolo è appena accennato. In seguito, invece, le foglie rotondeggianti, grandi, ondulate, con colorazione di fondo verdastra e gialla sulla quale compaiono screziature rosse, verdi. gialle o bianche più o meno estese, assumono la posizione revoluta e formano il grumolo simile, fatta eccezione naturalmente per il colore, a quello del “Rosso di Chioggia”.
Le dimensioni del cespo di forma globosa sono pressoché uguali a quelle del chioggiotto rosso o leggermente superiori (diametro 10-14 cm massimo 18) e, di conseguenza, anche il peso medio dello stesso è più elevato, il che porta a produzioni notevoli (10-12 t/ha di piante commerciabili). La nervatura centrale delle foglie, come nell’altro tipo variegato (Castelfranco), non è molto pronunciata e non risalta rispetto alla lamina. La radice principale non è molto sviluppata, misura al colletto circa 2-3 cm di diametro e raschiata e pulita viene recisa a 6-7 cm di lunghezza.

Figura 9 – Radicchio “Variegato di Chioggia”, a grumolo rosso con costa bianca larga. Figura 10 – Radicchio “Variegato di Chioggia”, selezione “Andromeda”, tardivo, a cespo grosso, rosso con striature bianche. Figura 11 – Radicchio “Variegato di Chioggia”, selezione “a cespo bianco”, medio precoce, a grumolo grosso e bianco.


“Rosso di Chioggia” (figura 12)
Deriva da selezione operata nell’ambito del ‘Variegato di Chioggia’. Infatti sfruttando la variabilità esistente all’interno di questo tipo, si è prodotto seme da piante con colorazione delle foglie sempre più intensamente rossa giungendo così alla costituzione della cultivar in esame. Nella prima fase del ciclo produttivo la pianta presenta foglie patenti, verdi ed a volte soltanto leggermente screziate di rosso e grumolo centrale assente o appena accennato. Con il trascorrere del tempo, invece, quelle di nuova emissione, grandi e rotondeggianti, assumono colorazione rosso viva caratteristica, si dispongono in posizione revoluta e contribuiscono così alla formazione del grumolo di forma sferica o schiacciata leggermente all’apice.
Nel primo caso il diametro misura intorno agli 8-12 cm, nel secondo resta inalterata la larghezza, mentre l’altezza si riduce a 6-10 cm. La posizione strettamente embricata delle foglie, simile a quella del cavolo cappuccio, conferisce al grumolo consistenza e compattezza, oltre ad un peso unitario elevato che a volte supera i 500 g considerata la sola parte commestibile.
Il fittone è generalmente poco sviluppato (diametro al colletto 2 cm) ed alla toelettatura viene raschiato, pulito e reciso a 6-7 cm dal colletto.
Di questo tipo al momento attuale si conoscono quattro selezioni contraddistinte da diversa precocità di maturazione: precocissimo, precoce, semi-tardivo e tardivo-invernale.

Figura 12 – Radicchio “Rosso di Chioggia”.


Altre varietà di radicchio sono la “Pan di zucchero” a cespo voluminoso e foglia avvolgente (figura 13) e la “Bianca di Milano” a foglia chiara e avvolgente (figura 14)

Figura 13 – Radicchio “Pan di zucchero”. Figura 14 – Radicchio della varietà “Bianca di Milano”.


La produzione ed il reperimento del seme di radicchio sono senza dubbio tra gli aspetti più interessanti e problematici della coltura, in quanto sono suscettibili di notevoli e sostanziali miglioramenti. Nella maggior parte dei casi la produzione del seme è eseguita singolarmente dagli stessi coltivatori, che di solito sono molto gelosi della propria semente. Per questa operazione i più preparati scelgono in campo le piante con le migliori caratteristiche morfologiche, che trapiantano con pane di terra 300-500 m lontane da altre lasciate per lo stesso scopo, dopo aver eliminato completamente o quasi la parte aerea. Spesso, invece, si lascia in campo un certo numero di piante che, prescindendo dalla più elementare selezione massaie, forniranno il seme per le coltivazioni delle annate successive. In questo secondo caso si ottiene materiale molto eterogeneo, con caratteristiche qualitative spesso scadenti, non idoneo a fornire garanzie sulla produttività.
La carenza in questo settore è molto sentita anche da parte degli stessi orticoltori, ma poiché il seme del commercio non fornisce garanzie migliori, anzi spesso peggiora la situazione, si tende a non abbandonare la pratica tradizionale, che in verità in alcuni casi ha portato sensibili e concreti vantaggi. Certo che si presenta necessaria l’attuazione di provvedimenti già previsti del resto dalla nuova legge sulle sementi tendenti a garantire una produzione sementiera corretta e tecnicamente organizzata. Ovvio che parallelamente a questo è urgente impostare un programma di miglioramento genetico che, razionalmente condotto, dovrebbe permettere il raggiungimento di risultati immediati, considerata l’eterogeneità del patrimonio genetico dei diversi tipi.
Prima di accingerci ad impostare un tale lavoro, risulta di estrema importanza conoscere dettagliatamente tutti i caratteri di maggior rilievo sui quali è necessario concentrare gli sforzi del miglioratone. Purtroppo, questi non sono facilmente individuabili in quanto nelle singole zone di produzione si riscontrano pareri contrastanti nell’ambito dello stesso tipo circa le caratteristiche ottimali da prendere in considerazione.
In linea generale, però, questi dovrebbero tenere presenti, oltre alla produttività, in primo luogo la conformazione del cespo, la colorazione delle foglie, la loro posizione, la tendenza all’autoimbianchimento e, soprattutto, si dovrebbe giungere alla costituzione di cultivar con caratteri omogenei, ben definiti, stabili nel tempo. Oltre a questi aspetti morfologici l’attenzione va rivolta alle qualità organolettiche della parte edule, in modo da attenuare, dove necessario, il sapore amaro intenso conferito dalla cicorina.
Nei tipi da imbianchire, da quanto si è in precedenza accennato, particolare attenzione merita la grossezza della radice. Infine, un carattere di estremo interesse è rappresentato dalla resistenza alle fitopatie che possono provocare la distruzione completa della coltura.
È fuori dubbio che ognuna delle cultivar esistenti è rappresentata da una popolazione di individui a causa della possibile fecondazione incrociata cui, secondo molti, andrebbero soggette le piante porta seme.
Nell’impostazione di un programma di miglioramento si dovranno di preferenza perciò adottare gli schemi più adatti per le piante allogarne senza trascurare la possibilità di avere una certa fissazione di caratteri attraverso autofecondazioni ripetute per alcune generazioni, anche in considerazione al fatto che non sembra si verifichino fenomeni di omozigosi molto accentuati. Se, poi, attraverso la selezione si può aumentare l’attitudine all’autofertilità si potrebbero applicare metodi selettivi, come ad esempio il reincrocio, tipici delle piante autogame, che spesso risultano più efficaci per l’ottenimento di particolari scopi.
In ogni modo, prima di qualsiasi altra operazione, sarà opportuno e necessario un inventario, nell’ambito di ciascun tipo, per procurare individui che possono già rappresentare la base per la costituzione di nuove cultivar.
Oltre a quanto già esposto, al fine di ottenere risultati migliori, è opportuna un’analisi dell’ereditabilità dei caratteri in modo da poter prevedere con buona approssimazione ciò che ci si può attendere dal processo selettivo.
Un aspetto del tutto nuovo riguarda la produzione di sementi ibride che potrebbero essere agevolmente ottenute, in quantitativi abbastanza elevati ed a costi relativamente contenuti, vista la potenzialità produttiva della pianta sotto questo profilo.
Da quanto sommariamente esposto si può affermare che il miglioramento genetico del radicchio offre notevoli possibilità di studio ed è verosimile attendersi risultati di un certo interesse pratico, entro un numero di generazioni relativamente breve.

Avversità
Il quadro delle avversità si presenta piuttosto vasto, per cui si dovrà porre notevole attenzione nella scelta dei principi e nella tempestività di esecuzione dei trattamenti antiparassitari idonei a mantere sana la coltura.
Prescindendo da danni di natura climatica che possono riguardare principalmente abbassamenti drastici del livello termico durante le fasi di raccolta, maggiori preoccupazioni derivano da attacchi di patogeni di origine vegetale o animale che si possono verificare durante l’intero ciclo colturale. Tra gli agenti vegetali più frequenti appaiono: Tra le batteriosi è stata segnalata la presenza di Erwinia carotovora (Jones 1901) Bergey et al. 1923 che causa il marciume molle dei fittoni. Come mezzo di lotta si consiglia l’asportazione e distruzione delle piante infette; l’adozione di avvicendamenti con colture poco sensibili (es. cereali), una accurata sistemazione dei terreni, oltre a combattere insetti terricoli (agrotidi in particolare) che possono rappresentare una fonte di inoculo del parassita.
Tra i parassiti di origine animale, con particolare attenzione si deve intervenire contro le agrotidi (Agrotis segetum Schiffermüller 1775) che con notevole intensità rodono gemme e foglie mentre in misura minore interessano le infestazioni di afidi.
Molto drastici appaiono anche i danni provocati da nematodi per cui, quando possibile, si consiglia di non far tornare il radicchio sul terreno infestato prima che siano trascorsi 3-4 anni o, più frequentemente, di ricorrere alla disinfestazione del suolo con prodotti idonei.

Top

Return to Introduction

Return to Home page


This page has been visited times

© Fiume Francesco 2005