Watermelon


Taxonomy of the Watermelon (Citrullus vulgaris Schrad. 1836) sec. il sistema Cronquist
Dominium/Dominio: Eucariota (Eukaryota o Eukarya/Eucarioti)
Regnum/Regno: Plantae (Plants/Piante)
SubRegnum/Sottoregno: Tracheobionta (Vascular plants/Piante vascolari)
Superdivisio/Superdivisione: Spermatophyta (Seed plants/Piante con semi)
Divisio/Divisione: Magnoliophyta Cronquist, 1996 (Flowering plants/Piante con fiori)
Subdivisio/Sottodivisione: Magnoliophytina Frohne & U. Jensen ex Reveal, 1996
Classis/Classe: Rosopsida Batsch, 1778 (Dicotyledons/Dicotiledoni)
Subclassis/Sottoclasse: Dilleniidae Takht. ex Reveal & Tahkt., 1993
SuperOrdo/SuperOrdine: Cucurbitanae Reveal, 1994
Ordo/Ordine: Cucurbitales Dumort., 1829
Subordo/Sottordine: Cucurbitineae Engl., 1898
Familia/Famiglia: Cucurbitaceae Juss., 1789
Subfamilia/Sottofamiglia: Cucurbitoideae Kostel., 1833
Tribus/Tribù: Benincaseae Ser., 1825
Subtribus/Sottotribù: Benincasinae Walters and Decker-Walters, 1989
Genus/Genere: Citrullus, Sharad. ex Eckl. & Zeyh., 1836
Species/Specie: Citrullus vulgaris Schrad. 1836
Sistematica dell’Anguria (Citrullus vulgaris Schrad. 1836, sec. il sistema APG II
Kingdom/Regno: Plantae (Plants/Piante)
Clade: Angiosperme
Clade: Eudicotiledoni
Clade: Angiosperme tricolpate
Clade: Nucleo delle tricolpate
Clade: Rosidi
Clade: Eurosidi I
Ordo/Ordine: Cucurbitales Dumort., 1829
Familia/Famiglia: Cucurbitaceae Juss., 1789
Subfamilia/Sottofamiglia: Cucurbitoideae Kostel., 1833
Tribus/Tribù: Benincaseae Ser., 1825
Subtribus/Sottotribù: Benincasinae Walters and Decker-Walters, 1989
Genus/Genere: Citrullus, Sharad. ex Eckl. & Zeyh., 1836
Species/Specie: Citrullus vulgaris Schrad. 1836
Origine e diffusione
Citrullus vulgaris è noto anche con i sinonimi di Citrullus lanatus (Thunb.) Mansfeld (1959), Colocynthis citrullus (L.) Kuntze, Cucumis citrullus (L.) Ser., Cucurbita citrullus L.
Viene coltivato dai tempi più antichi dalle varie popolazioni mediterranee tra cui gli egizi, e fin dall’antichità questo gustoso frutto ha avuto il privilegio di essere chiamato con più nomi. Nella civiltà greca veniva indicato con un nome che indicava anche il cetriolo. Del termine latino cucumis non si trova traccia fino a Virgilio che lo usa con il significato di cetriolo e a Plinio che sembra invece indicasse con esso proprio il cocomero. Il medico Aezio, nel VI secolo d.C., usò il termine aggourion, da cui deriva quello moderno di anguria che è uno dei nomi più comuni usato in Italia, sebbene esso fosse stato usato da Linneo per indicare una specie diversa di frutta. L’attributo specifico citrullus fu scelto da H. A. Schrader, direttore dell’Orto Botanico di Gottinga alla fine del Settecento, che ne fece un genere a parte, traendolo dal nome del cetriolo, completamente ignaro che in italiano significava anche, schiocco o stolto.
L’anguria, allegro simbolo delle nostre estati, chiamata anche “cocomero” e, nelle regioni dell’Italia meridionale, melone d’acqua (in Calabria viene chiamato “zi parrucu”, zio parroco, con riferimento al meso-endocarpo, per il suo aspetto rubicondo e “pateca” in Liguria), è pianta originaria dell’Africa tropicale, precisamente del deserto del Kalahari, dove cresceva abbondante ed offriva le sue sostanze nutritive ad abitanti ed animali. Oggi è largamente diffusa in tutto il mondo, sia nella fascia tropicale che in quella temperata-calda, per i suoi grossissimi frutti pieni di una polpa molto acquosa, dolce e rinfrescante. I nomi comuni degli altri Paesi sono in inglese e americano “Water melon” e in spagnolo “sandía”. E’ diffuso in quasi tutti gli Stati Uniti centro-meridionali.
L’anguria è coltivata in Italia, in pien’aria o in coltura pacciamata o semiforzata, su circa 18.000 ha con una produzione di circa 600.000 t (circa 100 milioni di cocomeri). L’Italia è il sesto produttore al mondo dopo Cina, Turchia, Usa, Iran e Giappone. Dal nostro paese parte un consistente flusso di esportazioni (circa 77.000 t) diretto particolarmente verso la Germania (52%) e, con quote variabili dal 5 al 9%, verso Austria, Svizzera, Francia, Belgio, Olanda, paesi dell’Est europeo. Importiamo circa 106.000 t di cui circa l’80% dalla Grecia ed il 15% dalla Spagna. Le produzioni nel nostro paese si localizzano prevalentemente in Emilia Romagna (22%), Puglia (19%), Lazio (16%), Lombardia (13%), Sicilia e Campania (12%), Veneto (5%). Questa coltura, comunque, è soggetta ad oscillazioni annuali consistenti, sia delle produzioni totali nazionali sia della loro ripartizione regionale, a causa della variabilità degli andamenti stagionali e della competizione esercitata dagli altri produttori europei dell’area mediterranea. I consumi di questo prodotto sono concentrati essenzialmente nel periodo primaverile-estivo, da maggio a settembre.

Botanica
E’ una pianta erbacea annuale con fusto che cresce rapidamente su radici molto sviluppate in superficie ed in profondità.
Apparato radicale: è fittonante, con radici secondarie molto sviluppate e ramificate, può raggiungere anche 1,5-1,8 m di profondità, ma la maggior parte del sistema radicale esplora il terreno fino ad una profondità di 0,7-0,8 m.
Stelo: è strisciante, con ramificazioni (dette “catene”) primarie e secondarie molto lunghe (fino a 5 m), con internodi lunghi, ricoperto di lunghi peli, munito di cirri.
Foglie: sono picciolate, lunghe 10-15 cm, palmato-lobate, con 3-5 lobi profondamente divisi ed irregolarmente sinuato -lobati, pelose-ispide, di colore verde-glauco, con macchie chiare sulla pagine superiore, pallide sulla pagine inferiore.
Fiori: il cocomero è una pianta monoica, cioè con fiori maschili e femminili separati sulla stessa pianta, o andromonoica, cioè con fiori maschili ed ermafroditi. I fiori presentano un calice gamosepalo e una corolla campanulata con 5 lobi arrotondati; i fiori maschili hanno 3 stami, quelli femminili uno stilo breve e stimma trifido. La fioritura è estiva e scalare. I fiori maschili compaiono prima di quelli femminili e sono più numerosi (rapporto di 7:1, circa). L’antesi dei singoli fiori femminili inizia al mattino presto e dura circa 2-3 giorni. La specie è tipicamente allogama, tuttavia l’autofecondazione è frequente. L’impollinazione è entomofila e i pronubi più importanti sono le api: la loro presenza deve quindi essere assicurata installando 3-4 arnie per ettaro di coltura.
Frutto: è un peponide variabile di forma (sferoidale, ovoidale, allungata), dimensioni (da 3 a 20 kg) e colore (verde scuro o verde chiaro; uniforme, striato o marmorizzato) secondo la cultivar. L’epicarpo (corteccia, scorza, buccia) è spesso (fino a 3 cm circa), liscio, ricoperto di pruina cerosa (soprattutto quando il peponide è immaturo); la polpa è rossa (gialla in alcune cultivar) nella parte centrale, bianca vicino alla corteccia. Tra l’allegagione e la maturazione intercorrono 35-50 giorni. In conseguenza della fioritura e dell’allegagione scalare, sulla stessa pianta possono essere trovati peponidi maturi ed appena formati. La parte edule è circa il 52% in peso dell’intero frutto. La polpa è composta per circa il 95% di acqua, contiene fruttosio, glucosio e saccarosio, particolarmente al centro del peponide (9-14% di zuccheri), presenta un buon contenuto di potassio (280 mg/100 g di parte edule) ed ha un basso valore energetico (15 cal/100 g).
Seme: i semi sono piatti, di forma ovale, di colore (giallo, grigio chiaro, bruno, nero, screziato) e peso (da 30 a 150 mg) variabili secondo la cultivar. Oggi esistono in commercio cultivar triploidi prive di semi (“seedless”). In certi paesi i semi vengono salati, tostati e consumati come “snack”.

Esigenze ambientali
L’anguria, originaria delle zone tropicali e subtropicali dell’Africa e dell’India, ha elevate esigenze termiche e luminose. Per soddisfare tali esigenze il ciclo colturale nei nostri ambienti è tipicamente primaverile-estivo. Le esigenze termiche sono assai elevate: la temperatura minima di germinazione è di 14 °C, quella massima è di 25-35 °C. La temperatura base di crescita di questa specie è di 12-15 °C, quella ottimale diurna di 20-26 °C, quella ottimale notturna di 15-18 °C. Durante la fioritura, la temperatura minima è di 20 °C, quella massima di 35 °C.
L’espressione sessuale femminile risulta massima con temperature diurne di 27 °C e notturne di 22 °C, ma temperature superiori a 32 °C provocano arresto della produzione dei fiori femminili e difetti di allegagione.
Tali esigenze termiche impongono di seminare l’anguria solo a primavera avanzata (aprile-maggio) per essere raccolto in piena estate.
Riguardo alle esigenze fotoperiodiche il cocomero è specie a giorno indifferente, anche se la quantità di radiazione fotosinteticamente attiva intercettata ne condiziona la lunghezza del ciclo e la produzione.
La disponibilità idrica è l’altro fattore produttivo fondamentale per cui, nelle ordinarie condizioni caldo-aride del periodo primaverile-estivo, l’intervento irriguo risulta indispensabile. E’ consigliabile evitare di coltivare il cocomero in zone caratterizzate da venti forti perché questi potrebbero danneggiare la vegetazione, che è molto delicata, determinando abbassamenti produttivi.
Con riferimento alle esigenze pedologiche, l’anguria si adatta a diversi tipi di terreno ma le migliori produzioni si ottengono in quelli di medio-impasto, profondi, freschi, fertili, ricchi di sostanza organica, senza ristagni idrici, con pH tra 5,5 e 6,5.
E’ mediamente suscettibile alla salinità: la conducibilità elettrica dell’estratto di saturazione del terreno (ECe) non dovrebbe superare 3 mS/cm.
Poiché le produzioni precoci hanno un valore economico molto elevato, il cocomero si coltiva spesso in campo in coltura semiforzata: la più semplice forma di forzatura è la pacciamatura del terreno con film plastico, una forma più intensiva prevede, oltre alla pacciamatura, la copertura delle file con piccoli tunnel anch’essi di film plastico. L’effetto termico di queste coperture nelle prime settimane di crescita consente di anticipare di diversi giorni l’inizio della raccolta.
Data la scarsa piovosità durante la stagione di crescita, l’irrigazione è quasi sempre indispensabile. I terreni più adatti al cocomero sono quelli profondi e sciolti, o per tessitura o per ottima struttura.

Avvicendamento
E' una tipica coltura da rinnovo che apre la rotazione. E’ sconsigliabile ripetere la coltura sullo stesso terreno prima di 3-4 anni o di coltivarla dopo solanacee (pomodoro, peperone, melanzana, patata, tabacco), fagiolo, aglio, cipolla o altre specie della famiglia delle cucurbitacee (melone, zucca, zucchina) perché le piante andrebbero facilmente soggette ad attacchi di parassiti fungini di origine tellurica (Fusarium, Verticillium), nematodi e insetti. I cereali autunno-vernini rappresentano un ottima precessione.

Varietà
Le angurie vengono distinte in tipologie commerciali con caratteristiche ben distinte che prendono il nome da alcune varietà di successo, di seguito descritte, utilizzate come base per successivi miglioramenti.
Sugar Baby. Presenta peponidi tendenzialmente sferici, con corteccia verde scuro uniforme, diametro 20-25 cm, peso medio da 4 a 7 kg, polpa rosso vivo, soda, croccante, molto dolce, molto resistenti ai trasporti. Le cultivar appartenenti a questa tipologia sono generalmente precoci (maturano in circa 75 giorni), molto vigorose, producono in media 4-7 peponidi per pianta nelle ordinarie condizioni di coltivazioni, hanno una conservabilità media di 15-20 giorni.
Crimson Sweet. I peponidi sono di forma sferico-ovale o leggermente allungata, con corteccia di colore verde chiaro con striature di colore verde scuro, molto consistente, peso medio da 10 a 12 kg, polpa rosso chiaro, buon sapore, resistenti alla sovramaturazione e ai trasporti, conservabilità di 15-20 giorni. Le cultivar hanno media vigoria, sono più tardive di circa 7 giorni rispetto alla tipologia Sugar Baby e producono in media 3-6 peponidi per pianta. Alcune varietà in commercio si discostano da queste caratteristiche presentando peponidi di forma anche allungata e/o di peso variabile da 6-8 fino a 15 kg, con piante molto vigorose e precoci (quanto la Sugar Baby) o più tardive (7 giorni più della Crimson Sweet). Fra queste la cv “Dumara” con peponidi allungati, striati, con peso di 10-15 kg, medio-tardiva è diventata una tipologia di riferimento in molti mercati.
Asahi Miyako. I peponidi sono di forma sferica, con corteccia sottile che non permette trasporti a lunga distanza, di colore verde chiaro striata di verde scuro, peso medio 4-5 kg, polpa rosso vivo, soda, resistente alla sovramaturazione. Le cultivar hanno vigoria media, sono precoci e producono mediamente 6-8 frutti per pianta. Le nuove selezioni appartenenti a questa tipologia presentano una corteccia più spessa e una migliore conservabilità (15-20 giorni). A volte questa tipologia viene inclusa nella Crimson Sweet.
Charleston Gray. Questa cultivar presenta peponidi allungati, con corteccia spessa, dura, striata, peso medio 9-15 kg, resistenti alla sovramaturazione e ai trasporti, ha media vigoria e ciclo tardivo.
Jubilee. E’ una cultivar che ha dato origine ad una tipologia di cocomeri mediamente allungati, con corteccia di colore verde chiaro striata di verde scuro, di grande pezzatura (15-20 kg), con polpa soda, di buona qualità, colore rosso intenso, resistente ai trasporti, a ciclo tardivo o medio-tardivo (matura circa 7 giorni dopo la cv. Crimson Sweet).
Il mercato interno preferisce le tipologie Crimson Sweet, Dumara e Jubilee, mentre quello estero le tipologie Sugar Baby e Asahi Miyako. La tipologia Charleston Gray è poco coltivata nel nostro paese.
I caratteri che definiscono il valore di una varietà di cocomero sono: precocità, contenuto zuccherino, pezzatura rispondente alle esigenze del mercato, resistenza al trasporto e alla conservazione, resistenza a malattie (Fusariosi e Antracnosi, contraddistinta dalle sigle F e A, rispettivamente), uniformità e produttività.
Le popolazioni locali non soddisfano appieno tutte queste condizioni, per cui larghissima diffusione hanno avuto recentemente le varietà ibride.
Esistono oggi in commercio delle varietà apirene, cioè senza semi, generalmente indicate con la terminologia anglosassone di “seedless”.
Ognuno delle tipologie prima descritte ha delle cultivar seedless. Queste sono dal punto di vista genetico degli ibridi triploidi (3n), cioè contengono tre volte la serie completa di cromosomi (n) tipico della specie, anziché due volte come le normali varietà diploidi (2n). Esse sono ottenute incrociando un genitore (parentale) tetraploide (4n), ottenuto artificialmente con trattamenti a base di colchicina (principio attivo estratto da Colchicum autumnale), con l’altro genitore diploide (2n). Le progenie 3n sono naturalmente sterili, cioè prive di semi. In realtà si possono trovare tegumenti seminali o semi appena abbozzati, teneri e di colore bianco, facilmente edibili o anche semi duri e scuri, soprattutto nei primi frutti formati e/o quando si verificano stress ambientali (basse temperature nelle prime fasi di crescita e/o nella fase di allegagione, squilibri nutrizionali, carenze o eccessi idrici durante l’ingrossamento dei frutti). Le cultivar senza semi, rispetto a quelle con i semi, presentano le seguenti caratteristiche distintive: La scelta della cultivar è uno dei punti cruciali per la buona riuscita della coltura dovendo soddisfare le esigenze di coltivazione e quelle di mercato.
Una buona cultivar di cocomero deve avere le seguenti caratteristiche: In commercio sono disponibili sia varietà ottenute per “libera impollinazione” (comunemente dette “varietà standard”), sia “ibridi F1”.
Gli ibridi presentano una maggiore potenzialità produttiva sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, una maggiore uniformità morfo-biologica, una maggiore resistenza alle malattie, ma, ovviamente, presentano dei costi della semente più elevati (indicativamente il seme di un ibrido costa circa 9 volte quello di una varietà standard).

Tecnica colturale
Preparazione del terreno
Tradizionalmente la preparazione dei terreni di medio-impasto o tendenzialmente argillosi prevede un’aratura eseguita nell’estate precedente l’impianto, previa trinciatura della paglia del cereale vernino che costituisce la precessione più frequente, alla profondità di circa 0,4-0,5 m; durante la lavorazione principale può essere interrato il letame, se disponibile.
La zollosità grossolana lasciata dall’aratura sarà ridotta durante l’autunno e l’inverno grazie all’azione degli agenti atmosferici (cicli successivi di gelo/disgelo e inumidimento/essiccazione) e mediante estirpature ed erpicature via via più leggere al fine di non rovinare lo strato strutturato superficiale (in ordine decrescente di intensità di lavoro si hanno: erpici a dischi, a denti rigidi, a maglia, strigliatori, da impiegare opportunamente in serie a seconda delle disponibilità e delle esigenze).
L’affinamento del terreno è particolarmente importante se la coltura è seminata direttamente in campo mentre se si opta per il trapianto una leggera zollosità risulta essere ininfluente.
Se ultimate le operazioni di affinamento del letto di semina il terreno risultasse essere troppo soffice in superficie è preferibile operare una rullatura per compattarlo leggermente così da permettere la corretta regolazione della profondità alla quale è deposto il seme; tale operazione va eseguita con cautela nei terreni che tendono a formare una crosta superficiale dove vanno adoperati rulli scanalati e mai lisci.
Prima del trapianto il terreno già affinato può essere sistemato a porche larghe 60-70 cm e alte circa 20 cm per facilitare lo sgrondo dell’acqua, un più facile riscaldamento del terreno e una più veloce crescita delle piante. Questa tecnica è spesso associata alla pacciamatura con film plastico e può essere eseguita contemporaneamente con macchine aiuolatrici- pacciamatrici.
Al fine di operare consistenti aumenti della capacità di lavoro e risparmi di combustibile (tabella 1), senza avere ripercussioni sulla crescita e sulla resa della coltura, l’aratura profonda può essere convenientemente sostituita da una lavorazione a due strati. Questo tipo di lavorazione, oramai di larga diffusione, consiste in una discissura a 0,40-0,50 m eseguita con un ripper, seguita da un’aratura superficiale a 0,25-0,30 m oppure in un unico passaggio con aratro-ripuntatore che lavora alle stesse profondità sopra indicate.
A differenza di quanto descritto per i terreni tendenzialmente argillosi, i terreni limosi, che non possiedono una struttura stabile, e quelli ricchi di sabbia fina, che come i precedenti hanno la tendenza a compattarsi facilmente, devono essere lavorati a ridosso dell’impianto. Questo vale anche per i terreni ricchi di sabbia grossa che, pur non essendo soggetti a compattamento, possono essere facilmente lavorabili all’ultimo momento riducendo, così, anche i troppo intensi processi di mineralizzazione della sostanza organica interrata.

Tabella 1 - Tipi di lavorazione, capacità di lavoro e consumo di carburante.
Tipo di lavorazione Profondità di lavoro (m) Capacità lavorativa Consumo combustibile
ha/ora ha/ora ha/ora ha/ora
Aratura profonda
Discissura + aratura superficiale
Aratro-ripuntatura
0,50
0,50-0,30
0,25+0,25
0,25
0,31
0,33
100
124
132
85
69
-
100
81
-


Tipi di coltura
La coltura di cocomero può essere effettuata con diverse tecniche; le più importanti e diffuse sono le seguenti:
La coltura in piena aria non è molto diffusa e viene realizzata quasi esclusivamente negli orti familiari.
La coltura in piena aria su film pacciamante è la tecnica di coltivazione più diffusa. Il film pacciamante è solitamente in polietilene (PE) con una larghezza di 110-120 cm e uno spessore di 0,05 mm che viene applicato al terreno a mano o, come avviene generalmente, con apposite macchine pacciamatrici, le quali possono essere combinate con l’operazione di trapianto (trapiantapacciamatrici).
Il film plastico viene interrato per circa 15-20 cm ai lati per cui rimane una fascia pacciamata di circa 80 cm.
I film plastici più impiegati sono di tre tipi: neri, fumé e trasparenti.
I film plastici neri e fumé non permettono il passaggio della luce, impedendo la nascita e lo sviluppo delle erbe infestanti e determinando un leggero riscaldamento del terreno con conseguente scarsa precocizzazione della coltura.
Il film plastico trasparente permettendo il passaggio dei raggi solari favorisce il riscaldamento del terreno e la precocizzazione della coltura, ma stimola anche la nascita e la crescita delle erbe infestanti che pertanto esercitano una certa competizione verso la coltura se non controllate con il diserbo chimico.
La pacciamatura, inoltre, permette un certo risparmio idrico, limitando l’evaporazione dal terreno, e una maggiore disponibilità di azoto, favorendo i processi di mineralizzazione della sostanza organica.
Sotto il film plastico è frequentemente applicata una manichetta forata per l’irrigazione o la fertirrigazione. La stesura della manichetta è normalmente eseguita dalla stessa macchina pacciamatrice.
Negli ambienti pedo-climatici umbri la sola pacciamatura con film trasparente non consente il raggiungimento di una significativa precocizzazione per cui si preferisce adottare il film plastico nero che almeno assicura l’accurato controllo delle più diffuse malerbe.
Se si vuole precocizzare la coltivazione mediante tecniche di semi-forzatura il cocomero viene allevato su film plastico trasparente sotto un piccolo tunnel. I “tunnellini” sono generalmente larghi 80 cm e alti 40-60 cm (0,6 m3 per m2 di terreno), realizzati mediante archetti in materiale diverso (plastica o ferro zincato) che vengono infissi nel terreno ogni 2 metri e ricoperti con film plastico in polietilene avente una larghezza di 140-200 cm e uno spessore di 0,06-0,07 mm. L’applicazione del tunnellino può essere fatta a mano o con apposite macchine (stendi-tunnel). Quando occorre arieggiare la coltura e abbassare le temperature troppo elevate (> 35 °C, all’incirca alla metà di aprile), si praticano dei tagli sulla copertura che vengono successivamente allargati fino alla completa rimozione della copertura dopo circa 10 giorni. La coltura svolge la parte rimanente del ciclo a piena aria.
Per anticipare ulteriormente la produzione nei mesi primaverili il cocomero deve essere coltivato sotto tunnel grandi o serre per tutto il ciclo colturale anche mediante il condizionamento termico. La coltura forzata di cocomero non viene presa in considerazione dal presente manuale perché i nostri ambienti non risultano essere economicamente idonei a questo tipo di produzione.

Impianto
Il cocomero può essere seminato direttamente in campo o trapiantato.
La semina diretta presenta i seguenti vantaggi:
I vantaggi del trapianto sono, invece, i seguenti:


Semina diretta
In coltivazioni a piena aria si effettua quando la temperatura del terreno si è stabilizzata intorno a 13-15oC: nei nostri ambienti questa condizione si realizza all’incirca alla metà di aprile. Si realizzano postarelle larghe 20-25 cm in cui si depongono 3-5 semi a circa 3-5 cm di profondità. Per accelerare l’emergenza possono essere impiegati semi pre-imbibiti o pre-germinati.
Se la coltura è pacciamata, la semina viene effettuata su film pacciamante già forato a distanze prefissate.
Dopo l’emergenza, quando la pianta ha 2-4 foglie vere è necessario procedere al dirado per lasciare 1-2 piante per buchetta.
Per anticipare l’epoca di semina e di conseguenza l’epoca di raccolta, si può praticare prima la semina a postarella e poi stendere il film plastico trasparente che assicura il passaggio della luce ed il riscaldamento precoce del terreno facilitando la germinazione. Non appena le piantine sono nate si fora il film plastico per permetterne la crescita. Questa tecnica può permettere anticipi dell’impianto di circa 10 giorni.
Nel caso di coltura semi-forzata, invece, si stende prima il film plastico trasparente, poi si semina e infine si applica il tunnellino. Le colture semi-forzate possono essere seminate alla metà di marzo.

Trapianto
E’ la tecnica d’impianto più frequente. Si utilizzano piantine in contenitori preferibilmente da 40 fori allo stadio di 2-3 foglie vere. Se per motivi meteorologici il trapianto deve essere ritardato e le piantine sono troppo sviluppate è consigliato cimarle lasciando 2 foglie.
Solo per colture semi-forzate e forzate su terreni con alto rischio di attacchi di tracheofusariosi può risultare economicamente vantaggioso l’uso di cocomeri innestati su zucca (Lagenaria siceraria o ibridi interspecifici di Cucurbita maxima x Cucurbita moschata).
In colture a piena aria, pacciamate o no, il trapianto nei nostri ambienti di coltivazione viene effettuato a partire dall’inizio di maggio.
In colture semi-forzate sotto tunnellino i primi trapianti si effettuano a fine marzo-inizio aprile, mentre in colture forzate sotto serra si può ulteriormente anticipare ad inizio marzo.

Sesti e densità d’impianto
Per le produzioni destinate al mercato interno che preferisce pezzature da 7 ai 15 kg, in genere si adottano distanze tra le file di 1,8-2,5 m con densità di 0,2-0,3 piante per m2. Con cultivar molto vigorose, a frutto di grande pezzatura e su terreni molto fertili si adottano file a 2,5-3 m con densità d’impianto di 0,17 piante/m2. Nel caso in cui le produzioni siano destinate all’esportazione, che predilige pezzature medio-piccole (< 5 kg del tipo Sugar Baby o Asahi Miyako), la densità può arrivare a 0,7-1 piante/m2.

Varietà senza semi
Come già descritto, le cultivar senza semi presentano delle caratteristiche fisiologiche particolari che ne condizionano anche le tecniche d’impianto:


Esigenze nutritive e concimazione
Scopo della concimazione è mettere a disposizione della coltura, durante tutto il ciclo biologico, gli elementi nutritivi principali in quantità e nelle forme più adeguate alla pianta e nel rispetto delle esigenze qualitative e dell’ambiente.
Per elaborare razionali piani di concimazione è indispensabile avere informazioni su:
L’azoto, in generale, determina un aumento del vigore vegetativo delle piante con lo sviluppo precoce e ampio dell’apparato fogliare (premessa indispensabile per l’ottenimento di elevate produzioni), una regolare fioritura ed allegagione, una colorazione adeguata della polpa; questo elemento, però, causa tendenzialmente una maggiore sensibilità alle malattie fungine, uno squilibrio fra parte aerea ed apparato radicale, una maggiore sensibilità al cuore cavo (se in eccesso durante la fase di ingrossamento dei peponidi), allungamento del ciclo colturale.
Un’adeguata disponibilità di fosforo è, invece, indispensabile per avere un accrescimento equilibrato della vegetazione, una maggiore precocità e sembra avere effetti positivi anche sulla colorazione esterna dei peponidi.
Il potassio ha effetti positivi soprattutto su alcuni parametri qualitativi quali il contenuto in zuccheri, il colore e la succosità della polpa; sembra, inoltre, ridurre l’incidenza dei danni da tracheofusariosi.
Una ridotta disponibilità o difficoltà di assorbimento di calcio è associata al marciume apicale (particolarmente suscettibili nelle cultivar a frutti allungati) e ad una diminuzione della consistenza dei peponidi.
Secondo quanto riportato nella tabella 2, per una produzione attesa di 80 t/ha di peponidi la coltura deve poter disporre di circa 140 kg/ha di N, 40 kg/ha di P2O5 e 215 kg/ha di K2O.

Tabella 2 - Fabbisogni indicativi in elementi nutritivi del cocomero (kg di elemento nutritivo per t di peponidi).
Elemento kg/t peponidi
Azoto (N)
Fosforo (P2O5)
Potassio (K2O)
Calcio (CaO)
Magnesio (MgO)
1,7
0,5
2,7
0,7
0,7


Il ritmo di assorbimento di questi elementi non è uniforme nel corso del ciclo della coltura, ma varia con le diverse fasi fenologiche. L’azoto, il fosforo, il potassio ed il magnesio sono assorbiti in misura proporzionale all’accumulo di sostanza secca della pianta cioè con i maggiori valori durante la fioritura e l’ingrossamento dei peponidi, mentre minori assorbimenti si verificano nelle prime fasi del ciclo e durante la fase di maturazione; il calcio, invece, è assorbito soprattutto nei primi stadi vegetativi, durante le fioritura e l’allegagione.
La conoscenza delle caratteristiche fisico-chimiche del terreno risulta indispensabile per stabilire un adeguato programma di concimazione e verificare la necessità di effettuare o meno una concimazione di arricchimento. Mentre l’analisi fisico-meccanica può essere effettuata una tantum, quella chimica dovrebbe essere ripetuta prima di ogni lavorazione principale del terreno, o almeno ogni tre anni.
Inserendo la concimazione del cocomero nel bilancio di fertilizzazione della rotazione si deve tenere conto che circa il 30% dell’azoto, il 10% del fosforo e del potassio prelevati dalla coltura tornano al terreno con i residui (foglie e steli). Pertanto, facendo riferimento ai fabbisogni calcolati per una produzione attesa di 80 t/ha, i quantitativi di elementi fertilizzanti effettivamente asportati dal terreno con i peponidi sono circa 100 kg/ha di N, 25 di P2O5 e 190 di K2O.
Di seguito sarà analizzata più in dettaglio la concimazione relativa ai tre macroelementi seguendo un ordine cronologico di applicazione: prima il fosforo ed il potassio con la concimazione di fondo e dopo l’azoto in prossimità dell’impianto e/o in copertura.

Fosforo
La dose da somministrare deve essere determinata in funzione della dotazione del terreno in fosforo assimilabile; per una sua valutazione può essere di aiuto la tabella 3.

Tabella 3 - Valutazione (1) del fosforo assimilabile del terreno (metodo Olsen) e indicazioni per la concimazione.
Espressione della dotazione Valutazione agronomica
(livello)
Fosforo (P)
(ppm)
Anidride fosforica (P2O5)
(ppm)
0-6
7-12
13-20
20-30
-
0-15
16-30
21-45
46-70
> 70
Molto basso
Basso
Medio
Alto
Molto alto
Indicazioni per la concimazione

Livello molto basso
La risposta al fosforo è certa per tutte le colture. E’ consigliata una concimazione di arricchimento, con dosi variabili da 2 a 2,5 volte gli asporti della coltura. Le concimazioni di arricchimento debbono proseguire fino a quando non si raggiunge il livello di sufficienza per tutte le colture della rotazione.

Livello basso
La risposta al fosforo è probabile per tutte le colture. La concimazione consigliata è quella di arricchimento; le dosi da apportare variano da 1,5 a 2 volte gli asporti della coltura.

Livello medio
La risposta al fosforo è meno probabile. E’ consigliata una concimazione di mantenimento: debbono essere reintegrati gli asporti della coltura con eventuali maggiorazioni (fino a 1,5 volte gli asporti) per tenere conto della frazione di fosforo assimilabile che, più o meno in tutti i terreni, va incontro a retrogradazione per la presenza di calcare o per pH <5,5.

Livello alto
La risposta al fosforo non è in genere probabile; tuttavia è suggerito un moderato apporto di fosforo per le colture esigenti per questo elemento. Le dosi da apportare variano da 0,5 a 1 volta gli asporti della coltura.

Livello molto alto
La risposta al fosforo è assai improbabile, pertanto si consiglia di non fertilizzare.
(1) I valori inferiori dell’intervallo si riferiscono a terreni sabbiosi, quelli più alti a suoli argillosi; per terreni di medio impasto si assumono valori intermedi.


La dotazione di fosforo assimilabile del terreno può ritenersi normale quando soddisfa le esigenze di tutte le colture della rotazione, a cominciare da quelle più esigenti.
Considerando la scarsa mobilità di questo elemento è bene interrare tutta la dose prevista con la lavorazione principale per portarlo nello strato di terreno interessato dalla massa delle radici. All’impianto si consiglia l’applicazione di una concimazione starter che favorisce lo sviluppo dell’apparato radicale, la crescita iniziale della coltura e l’apparizione precoce dei fiori. Tale concimazione è generalmente effettuata con fosfato ammonico o perfosfato triplo alla dose di circa 50 kg/ha di P2O5, opportunamente localizzata sotto il seme o la piantina.
Il concime fosfatico generalmente utilizzato nei nostri terreni, che hanno reazione neutro-alcalina, è il perfosfato triplo (titolo 48%) che ha il minore costo dell’unità fertilizzante.
Potassio
Le necessità del cocomero per questo elemento sono elevate ed il massimo fabbisogno si ha durante l’allegagione e l’ ingrossamento delle bacche.
Le dosi da apportare debbono essere calcolate, come per il fosforo, tenendo conto della dotazione del terreno in potassio scambiabile e della valutazione agronomica che l’analisi chimica dà di tale dotazione, in rapporto alle esigenze delle colture, secondo quanto indicato nella tabella 4.

Tabella 4 - Valutazione (1) del potassio scambiabile del terreno (metodo internazionale) e indicazioni per la concimazione.
Espressione della dotazione Valutazione agronomica
(livello)
Ossido di potassio K2O
(ppm)
Potassio (K)
(ppm)
Potassio (K)
(% CSC)
0-60
61-120
121-180
181-240
> 240
0-50
51-100
101-150
151-200
> 200
-
< 2,0%
2,5%
> 5%
-
Molto basso
Basso
Medio
Alto
Molto alto
Indicazioni per la concimazione

Livello molto basso
La risposta al potassio è certa per tutte le colture. E’ consigliata la concimazione di arricchimento con dosi da 1,1 a 1,5 volte gli asporti della coltura.

Livello basso
La risposta al potassio è probabile per molte colture. E’ consigliata la concimazione di arricchimento con dosi da 0,8 a 1,1 volte gli asporti della coltura.

Livello medio
La risposta al potassio è , in genere, poco probabile; lo è di più per le colture esigenti. E’ consigliata la concimazione di mantenimento con dosi da 0,5 a 0,8 volte gli asporti della coltura.

Livello alto
La risposta al potassio non è, in genere, probabile: è consigliabile non concimare. Il potassio potrebbe essere necessario per colture esigenti e capaci di elevate produzioni; le dosi non dovrebbero superare 0,5 volte gli asporti della coltura.

Livello molto alto
La risposta al potassio è assai improbabile; si consiglia di non fertilizzare.
(1) I valori inferiori dell’intervallo si riferiscono a terreni sabbiosi, quelli più alti a suoli argillosi; per terreni di medio impasto si assumono valori intermedi.


Considerando la scarsa mobilità di questo elemento, è bene interrare tutta la dose prevista con la lavorazione principale per portarlo nello strato di terreno interessato dalla massa delle radici.
Il concime potassico generalmente utilizzato nei nostri terreni è il solfato di potassio (titolo 50%).

Azoto
L’azoto è l’elemento nutritivo che maggiormente influisce sulla produzione del cocomero. L’uso dei fertilizzanti azotati, però, a differenza di quanto avviene con quelli fosfatici e potassici, richiede particolari attenzioni, soprattutto nello stabilire la dose ottimale da somministrare, poiché gli errori, sia in difetto sia in eccesso, si pagano in termini di quantità e/o di qualità della produzione.
Inoltre la notevole mobilità nel terreno di certe forme di azoto rende necessarie alcune precauzioni per la salvaguardia dell’ambiente (inquinamento delle falde acquifere da parte dell’azoto nitrico). La forma nitrica, infine, può accumularsi nei tessuti vegetali, comprese le parti eduli, causando rischi per la salute dei consumatori. I nitrati, infatti, una volta ingeriti possono essere trasformati in nitriti che, a loro volta, possono combinarsi con le ammine libere e formare nitrosammine che sono composti cancerogeni. Il cocomero, fortunatamente, ha una bassa tendenza ad accumulare nitrati nel frutto per cui il rischio su esposto è molto ridotto.
Nonostante i numerosi studi sul bilancio azotato in agricoltura, bisogna dire che non risulta facile da individuare un metodo sufficientemente semplice e preciso per stabilire le dosi di azoto da distribuire ad una coltura.
Il fabbisogno di concimazione azotata può essere calcolato per differenza tra il quantitativo prelevato dalla coltura durante il ciclo colturale e il quantitativo di azoto minerale disponibile nel terreno a inizio ciclo più quello che si rende disponibile, nel corso della primavera e dell’estate, per mineralizzazione dell’humus e dei residui colturali incorporati nel terreno. Inoltre, occorre considerare che non tutto l’azoto distribuito con la concimazione è assorbito dalla pianta, ma in funzione del tipo di terreno, dell’andamento climatico, della formulazione utilizzata (ad esempio concimi a lento effetto) e della modalità di distribuzione (a tutto campo, a bande, fertirrigazione) l’efficienza di assorbimento della concimazione azotata può variare anche largamente, per cui la dose tecnica apportata deve essere opportunamente aumentata.
Da quanto detto consegue che:

Concimazione azotata = (N prelevato - N disponibile) / Efficienza concimazione

E’ stato detto che per una produzione attesa di 80 t/ha la coltura deve poter disporre di circa 140 kg di azoto. Nelle condizioni ordinarie riscontrabili nella nostra regione, la precessione colturale più frequente è il frumento, che notoriamente lascia ridotti quantitativi di azoto residuo nel terreno, ed il contenuto di sostanza organica dei nostri terreni è relativamente scarso (1-1,3%): si può quindi ragionevolmente stimare che la coltura trovi disponibili nel terreno circa 50-70 kg/ha di azoto per cui i rimanenti 70-90 kg/ha dovrebbero essere apportati con le concimazioni. Se si considera che da sperimentazioni effettuate su cocomero in terreni franco-argillosi l’efficienza di assorbimento della concimazione azotata (sottoforma di nitrato-ammonico) con distribuzioni a tutto campo è, a queste dosi, di circa il 70% occorrerà aumentare la dose tecnica fino ad apportare circa 100-130 kg/ha di azoto.
Ovviamente la dose da apportare cambia se cambiano i termini del bilancio azotato:
Da prove sperimentali ripetute è risultato evidente che un’alta disponibilità di azoto già nelle primissime fasi del ciclo è cruciale per la crescita e lo sviluppo ottimale del cocomero. Per cui, anche per evitare perdite per lisciviazione, le dosi previste dovranno essere frazionate in 2-3 volte, di cui circa il 40% all’impianto e la restante quota in copertura (il 30% del totale prima della fioritura e il rimanente 30% dopo la fioritura). Nel caso di colture pacciamate senza fertirrigazione tutta la dose dovrà essere distribuita necessariamente all’impianto.

Microelementi
Nei nostri terreni normalmente non si evidenziano carenze di questi elementi, per cui una specifica concimazione volta ad apportarli non è necessaria. Nel caso in cui si evidenziassero carenze di microelementi, questi potranno essere apportati con una concimazione fogliare prendendo in considerazione le dosi e le epoche indicative riportate in tabella 5.

Tabella 5 - Dosi ed epoche di applicazioni di microelementi con concimazioni fogliari al cocomero.
Microelemento Dose g/ha Epoche (fase fenologica)
Boro
Molibdeno
Zinco
Magnesio
Calcio
150-250
150-170
150
200-250
200-250
6 foglie, allegagione
4 foglie, 6 foglie, emissione fiori femminili
ingrossamento frutti
emissione fiori femminili
fioritura, ingrossamento frutti



Fertirrigazione
La fertirrigazione consente di apportare contemporaneamente acqua e concimi, assicurare una ripartizione omogenea degli elementi fertilizzanti nel terreno e rispettare più precisamente durante il ciclo colturale le esigenze della specie con un’efficienza di assorbimento più elevata e minori rischi ambientali.
Questa tecnica prevede ovviamente che l’azienda oltre alla disponibilità dell’impianto di irrigazione localizzata si doti di appositi apparecchi per la miscelazione dei concimi chimici. Questi devono avere una elevata solubilità in acqua e permettere una concentrazione della soluzione che sia compatibile con le esigenze fisiologiche della coltura e con le necessità pratiche della distribuzione. In commercio si trovano numerose formulazioni con diversi rapporti N:P:K e con la presenza accessoria di microelementi: questo permette di meglio bilanciare l’apporto dei macroelementi in funzione del ciclo colturale.
Nella realtà operativa tutto il fosforo e circa il 30% del potassio sono distribuiti con la concimazione di fondo, mentre l’azoto e la restante parte del potassio sono distribuiti mediante la fertirrigazione. A titolo indicativo possono essere presi in considerazione i tassi di assorbimento di azoto e potassio durante il ciclo colturale riportati in tabella 6.


Tabella 6 - Tassi di assorbimento (kg al giorno e per ettaro) di azoto e potassio da parte del cocomero in funzione delle fasi fenologiche.
Fase fenologica Kg/d/ha
Azoto Potassio
Trapianto
Fioritura
Allegagione
Ingrossamento dei frutti
Maturazione
1,1
1,7
2,2
1,7
1,1
0,9
1,4
1,8
1,4
0,9


Esigenze idriche e irrigazione
Il soddisfacimento dei fabbisogni idrici della coltura è un fattore essenziale sia sotto l’aspetto quantitativo sia qualitativo delle produzioni.
La carenza idrica infatti comporta una minore crescita, l’arresto dell’evoluzione fiorale e la cascola dei fiori e l’aborto dei frutticini; al contrario, un eccesso idrico costituisce uno spreco di acqua, provoca il dilavamento degli elementi nutritivi e fenomeni di asfissia radicale, favorisce una maggiore suscettibilità agli attacchi parassitari e un peggioramento della qualità del prodotto (abbassamento del contenuto di zuccheri).

Valutazioni dei fabbisogni idrici e irrigui
Per valutare i fabbisogni idrici di una coltura bisogna calcolare o stimare l’evapotraspirazione potenziale di riferimento (ETP0 = acqua evaporata dal terreno e traspirata da una coltura graminacea fitta, che lo ricopre omogeneamente, completamente, in ottime condizioni sanitarie e di disponibilità idriche, di notevole estensione).
E’intuitivo come l’evapotraspirazione sia un processo dinamico che dipende dalla insolazione, dalla temperatura, dalla umidità dell’aria, dalla ventosità; in altri termini, l’ETP0 rappresenta la richiesta di acqua da parte dell’atmosfera ad un sistema pianta-terreno, teorico, di riferimento.
Esistono diversi sistemi per misurare o stimare l’ETP0, più o meno precisi e/o complessi, ma il sistema più facile e diffuso è partire dall’acqua evaporata da un evaporimetro di classe A (vasca con caratteristiche standard da installare in un sito rappresentativo di un dato comprensorio omogeneo) di cui sono dotate quasi tutte le stazioni agro-meteorologiche diffuse nel nostro territorio regionale.
L’evaporato (EV espresso in mm) deve essere moltiplicato per un apposito coefficiente di vasca (Kv) per riportare l’evaporazione da pelo libero di acqua alla evapotraspirazione potenziale di riferimento. Questa è ovviamente più bassa, in media di circa il 20%, per cui il Kv è intorno a 0,8.
Ne deriva che:

ETP0 = EV x 0,8


Se in un dato giorno, ad esempio, si è registrato un evaporato di 5 mm si sarà avuta una

ETP0 di 4 mm (= 5 mm x 0,8).


Una coltura qualunque durante il ciclo colturale non sempre ricopre il terreno in maniera completa e non sempre l’apparato fogliare è uniformemente sviluppato o sviluppato quanto quello della coltura di riferimento descritta nella definizione di ETP0; in altri termini, l’evapotraspirazione potenziale massima di una coltura (ETPc) può essere significativamente diversa dalla ETP0 in funzione principalmente delle caratteristiche dell’apparato fogliare e della stadio di sviluppo. E’ per questo che sono stati elaborati dei coefficienti colturali (Kc) che variano da coltura a coltura in funzione dello stadio di sviluppo (fenofasi) che moltiplicati per l’ETP0 , danno l’ evapotraspirazione potenziale massima della coltura:

ETPc = ETP0 x Kc

Per una coltura di cocomero trapiantata e pacciamata i coefficienti colturali indicativi per le diverse fasi fenologiche sono quelli riportati in tabella 7. I coefficienti tengono conto che con il film plastico i consumi evapotraspiratori della coltura sono ridotti rispetto ad una coltura a piena aria non pacciamata, avente lo stesso sviluppo dell’apparato fogliare perché il film plastico riduce l’evaporazione dal terreno.


Tabella 7 - Coefficienti colturali (Kc) indicativi di un cocomero con inizio
raccolta a 80 giorni dopo il trapianto.
Codice Fase fenologica Durata (in giorni) Kc
1
2
3
4
5
Emergenza - ricoprimento del terreno del 10%
Ricoprimento 10% - ricoprimento 50% Ricoprimento 50% - ingrossamento dei frutti
Ingrossamento dei frutti - inizio raccolta
Raccolta
20
15
15
30
30
0,4
0,6
0,8
1,0
0,5
            Totale ciclo           110


Conoscendo per i periodi su indicati l’evapotraspirazione potenziale di riferimento è possibile calcolare l’evapotraspirazione potenziale della coltura e per semplice somma quella di tutto il ciclo colturale (cioè il fabbisogno idrico della coltura).
Ovviamente il fabbisogno idrico della coltura difficilmente è uguale al fabbisogno irriguo, cioè all’acqua che bisogna distribuire con l’irrigazione per soddisfare il fabbisogno idrico. Questo perché esistono degli apporti naturali di acqua (riserva idrica utile del terreno, piogge, risalita capillare da falda), perché il sistema di irrigazione ha sempre delle inefficienze e perché a volte è necessario distribuire più acqua di quella necessaria alla coltura.
Apporti naturali. Nel calcolo del fabbisogno irriguo si considerano per ogni periodo:
E’ovvio che per il calcolo del fabbisogno idrico e irriguo i valori di ETP0, di piogge affidabili, di piogge utili e della riserva idrica del terreno vanno opportunamente presi da dati poliennali (serie storiche). Da quanto detto consegue che:

Fabbisogno irriguo netto = Fabbisogno idrico – Apporti naturali


Efficienza di irrigazione
In funzione del sistema irriguo, non tutta l’acqua distribuita va ad interessare il volume esplorato dall’apparato radicale della coltura: in altri termini i sistemi irrigui hanno un’efficienza differente (tabella 8); per esempio con il sistema a pioggia il 20-25% circa dell’acqua distribuita non va a buon fine, per cui il fabbisogno irriguo netto deve essere opportunamente aumentato.

Tabella 8 - Efficienza dei sistemi irrigui.
Sistema irriguo Efficienza
Aspersione (a pioggia)
Localizzata (a goccia)
0,75-0,80
0,90-0,95


I sistemi di irrigazione localizzati sono oggi sempre più diffusi per il risparmio di acqua che consentono, per la possibilità di eseguire la fertirrigazione sotto film pacciamante e per l’assenza di bagnatura del fogliame con vantaggi di ordine fitosanitario. Tra le varie possibilità a disposizione, le manichette forate hanno una diffusione elevata soprattutto per i costi relativamente contenuti e per la facilità di applicazione. Nella nostra regione anche l’irrigazione per aspersione con irrigatori autoavvolgenti è largamente applicata con successo.
Un esempio di calcolo del fabbisogno idrico per una coltura di cocomero trapiantata, pacciamata e irrigata con sistema localizzato a manichetta forata è riportato in tabella 9.

Tabella 9 - Calcolo esemplificativo del fabbisogno idrico massimo di una coltura di anguria trapiantata il 20 maggio, con ciclo di 110 giorni e irrigazione con sistema localizzato a manichetta forata.
Mese maggio giugno luglio agosto settembre Totale
Fase fenologica (codice) (1) 1 1 2 2-3 3 4 4 4 5 5 5
Durata (giorni) (2) 11 10 10 10 10 10 11 10 10 11 7 110
Coefficiente colturale (3)
ETP0 (mm al giorno) (4)
ETPc (mm al giorno) (5)
ETPc (mm/decade) (6)
Piogge affidabili (mm/decade) (7)
Piogge utili (mm/decade) (8)
Fabbisogno irriguo netto (mm/decade) (9)
Efficienza di irrigazione (10)
Fabbisogno irriguo di campo (mm/decade) (11)
0,4
3,0
1,2
13,2
0,0
0,0
13,2
0,95
13,9
0,4
4,0
1,6
16
0
0
16
0,95
16,8
0,6
4
2,4
24
0
0
24
0,95
25,3
0,7
5
3,5
35
0
0
35
0,95
36,8
0,8
5
4,0
40
0
0
40
0,95
42,1
1,0
6
6,0
60
0
0
60
0,95
63,2
1,0
6
6,0
66
0
0
66
0,95
69,5
1,0
6
6,0
60
0
0
60
0,95
63,2
0,5
5
2,5
25
0
0
25
0,95
26,3
0,5
5
2,5
25
0
0
25
0,95
26,3
0,5
4
2,0
14
0
0
14
0,95
14,7



378,2


378,2

398,1
(1) E' il codice attribuito alla fase fenologica del corrispondente coefficiente colturale Kc;
(2) Intervallo di tempo trascorso dalla precedente osservazione nell'ambito del mese;
(3) Kc rilevabile dalla tabella dei coefficienti colturali in funzione della fenofase;
(4) Si ottiene moltiplicando l'evaporato EV in mm per il coefficiente di vasca (uguale a 0,8);
(5) Si calcola moltiplicando il coefficiente colturale Kc per l'ETP0 = punto (3) x punto (4);
(6) Si calcola moltiplicando l'ETPc (espresso in mm/giorno) per la durata (espressa in giorni) = punto (5) x punto (2);
(7) Sono quelle che hanno la probabilità di almeno l’80% di verificarsi in un dato periodo;
(8) Sono in pratica quelle misurabili con un comune pluviometro o pluviografo;
(9) Si calcola per differenza fra l'ETPc (espresso in mm/giorno) e le piogge utili (espresse in mm/periodo) = punto (6) - punto (8);
(10) E' l'acqua che raggiunge le radici ed è un valore tabulare in rapporto al sistema irriguo;
(11) Si ottiene dividendo il fabbisogno irriguo netto (mm/periodo) per l'efficienza di irrigazione (punto (9)/(10).


Prendendo in considerazione il bilancio illustrato in tabella 10 devono essere fatte alcune importanti considerazioni di carattere generale:
  1. subito dopo il trapianto in realtà è sempre bene eseguire una leggera irrigazione a pioggia (10 mm) per facilitare l’attecchimento delle piantine;
  2. nelle prime fasi del ciclo una moderata deficienza di acqua favorisce lo sviluppo dell’apparato radicale;
  3. la fase di fioritura è molto sensibile agli stress idrici che possono portare all’arresto della differenziazione dei fiori e bassa allegagione, con cascola fiorale nei casi più gravi,
  4. durante la fase di ingrossamento dei frutticini gli stress idrici determinano l’arresto di sviluppo dei frutti in via di formazione, mentre quelli già formati rimangono di piccole dimensioni; gli squilibri idrici in queste fasi provocano la comparsa di marciumi apicali;
  5. durante la raccolta, con peponidi quasi a completa maturazione, è preferibile non soddisfare pienamente i massimi fabbisogni idrici perché si ha una riduzione consistente del contenuto zuccherino della polpa: è per questo che sono stati considerati coefficienti colturali di 0,5, cioè più bassi di quanto lo sviluppo del fogliame indurrebbe a considerare.
Dall’esempio riportato in tabella 10, il fabbisogno idrico è di circa 378 mm (= 3.780 m3/ha) ed il fabbisogno irriguo di campo circa 400 mm (= 4.000 m3/ha). In questo caso il fabbisogno irriguo di campo è più elevato del fabbisogno idrico perché durante i mesi primaverili-estivi del ciclo colturale abbiamo poche piogge utili, ma dobbiamo sempre considerare le inefficienze del sistema irriguo e quindi prevedere irrigazioni superiori ai reali fabbisogni della coltura. Se si fosse irrigata la coltura con un sistema per aspersione con un’efficienza di circa l’80% (= 0,8) il fabbisogno irriguo di campo sarebbe stato di circa 470 mm (= 378 mm / 0,8).
Numerosi studi hanno comunque messo in evidenza come il cocomero in coltura pacciamata risponde positivamente all’irrigazione fino al soddisfacimento di circa il 75% dei fabbisogni idrici massimi teorici, mentre livelli superiori di restituzione non producono vantaggi significativi in termini di produzione. Da ciò consegue che i volumi stagionali d’adacquamento sopra calcolati possono essere ridotti a circa 300 mm con irrigazione localizzata e 350 mm con irrigazione per aspersione.
Calcoli di questo tipo ci danno una stima affidabile dei consumi di acqua della coltura durante tutto il ciclo e permettono di individuare i periodi di punta (dalla fioritura in poi).
Tale bilancio può essere eseguito anche su base giornaliera in una coltura in atto disponendo dei valori di evapotraspirazione potenziale, degli apporti naturali (precipitazioni) e seguendo lo sviluppo della coltura.
Questi dati, insieme a quelli relativi alle caratteristiche idrologiche del terreno ci permettono di calcolare i principali elementi tecnici dell’irrigazione.

Caratteristiche idrologiche del terreno
Le due più importanti caratteristiche idrologiche dei terreni sono la capacità di campo ed il punto di appassimento.
La capacità di campo è il contenuto massimo di acqua che può contenere il terreno senza che siano occupati gli spazi preposti alla circolazione dell’aria (macroporosità). Quando questi spazi sono occupati dall’acqua il terreno si dice saturo e perciò asfittico ed invivibile per la pianta.
Il punto di appassimento è invece il contenuto di acqua del terreno al di sotto del quale la pianta non riesce più ad assorbire acqua e quindi appassisce.
La quantità di acqua compresa tra la capacità di campo ed il punto di appassimento è detta acqua disponibile.
Queste caratteristiche idrologiche dipendono fortemente dalla tessitura del terreno (tabella 10): più un terreno è argilloso e più elevata è la sua capacità di ritenzione idrica o, in altri termini, maggiore è l’acqua disponibile che riesce ad immagazzinare nello strato esplorato dalle radici della coltura.

Tabella 10 - Capacità di campo, punto di appassimento e acqua disponibile (acqua % in volume) di terreni a diversa tessitura.
Tessitura Capacità di campo
% in volume
Punto di appassimento
% in volume
Acqua disponibile
% in volume
Sabbioso
Sabbio-limosa
Limo-sabbioso
Limosa
Limo-argillosa
Medio impasto
Argillosa
2,6
6,9
9,2
12,7
18,4
24,4
45,9
1,8
4,2
5,2
6,3
6,3
14,3
26,0
0,8
2,7
4,0
6,4
8,4
10,1
19,9


La esatta determinazione delle costanti idrologiche esige un’analisi di laboratorio dei campioni di terreno di ogni singolo appezzamento o di aree omogenee dal punto di vista pedologico. Dire che un terreno argilloso alla capacità di campo ha circa il 20% di acqua disponibile in volume significa dire che su uno strato di 1 m, un ettaro contiene:
2.000 m3 di acqua (10.000 m2 x 1 m x 0,20 = 2.000 m3 = 200 mm).

Elementi tecnici dell’irrigazione: